domenica 25 ottobre 2009
Stasera MISTERI su Italia 1 25-10-2009
CENTRO UFOLOGICO NAZIONALE, COSI' DANNO A REALE RICERCA CONDOTTA
SU FENOMENO
Roma, 25 ott. - (Adnkronos) - Il Centro Ufologico Nazionale
(Cun), a seguito della messa in onda di uno speciale su gli Ufo e la
presenza di extraterrestri sul nostro pianeta, presentato da Mediaset,
in una nota si "dissocia per l'utilizzo di materiali e documenti di
dubbia provenienza o gia' derubricati come falsi".
"Un esempio -afferma nella nota il presidente del Cun, Vladimiro
Bibolotti- e' nella riproposizione di presunti files del Kgb, creati
da compagnie private angloamericane produttrici di fiction, gia'
smascherati dal Cun che, a riguardo, ha presentato a suo tempo la
documentazione originale di altrettanti dossier al Governo italiano ed
alle autorita' di ricerca e militari competenti".
Il Cun "stigmatizza pertanto tale metodo, pregiudicante la
possibilita' di presentare una trasmissione, esente da facili
sensazionalismi, abili mistificazioni ricche di suggestioni, che
-continua Bibolotti- recano danno e pregiudizio alla reale ricerca del
fenomeno degli Ufo. Ricerca condotta da piu' di quaranta anni da
organizzazioni ufologiche nel mondo, rappresentate in Italia dal Cun,
Centro Ufologico Nazionale".
venerdì 9 ottobre 2009
| L’asteroide Apophis adesso è meno minaccioso per la Terra | | | |
| Ricalcolata la sua orbita: la probabilità che ci cada addosso è scesa a quattro su un milione. MESI DI OSSERVAZIONI - Il risultato è il frutto di molti mesi di osservazioni soprattutto condotte da un gruppo di astronomi dell’Università delle Hawaii utilizzando il telescopio di 2,2 metri collocato sulla vetta del Mauna Kea. Ma altri osservatori sono stati coivolti: dal Kitt Peak in Arizona ad Arecibo a Porto Rico. Quando Apophis venne scoperto nel 2004 si era calcolata una probabilità del 2,7 per cento che ci finisse addosso nel 2029. Ma ulteriori rilevamenti ed elaborazioni allontanarono la tremenda prospettiva ed ora si sa che quando arriverà il 13 aprile 2029, transiterà a 29.450 chilometri dal nostro pianeta; vale a dire al di sotto dell’orbita geostazionaria di 36 mila chilometri dove ruotano i satelliti per le telecomunicazioni e quindi ben più vicino della Luna. La Nasa continua a monitorare la minaccia dei asteroidi e comete attraverso il programma Near Earth Object Observation Program, noto come «Spaceguard». E intanto si studia come poter intervenire per ridurre il pericolo e allontanare qualche intruso che la traccia della sua traiettoria porterebbe a collidere con il nostro globo. Fonte: www.corriere.it |
| Impact Event lunare | | | |
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| Sarà possibile domani seguire in diretta l'Impact Event sul sito della Nasa. http://www.nasa.gov/mission_pages/LCROSS/main/index.html Il Lunar CRater Observation and Sensing Satellite (LCROSS) è una sonda spaziale della NASA progettata per osservare l'impatto dello stadio superiore del razzo vettore Centaur dalla massa nominale di impatto 2,305 kg (5,081 lb) che l'ha portato in orbita su una regione permanentemente in ombra situata in vicinanza ad un polo lunare. L'analisi spettrale del pennacchio di detriti potrà confermare alcuni risultati della missione Clementine, che suggeriscono la presenza di depositi di ghiaccio nelle regioni che si trovano permanentemente in ombra. Il Lunar CRater Observation and Sensing Satellite è stato lanciato il 18 giugno 2009 alle 21:32 UTC a bordo di un razzo Atlas V insieme ad una seconda missione lunare, il Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO).
Panoramica della missione In questo modo, prima di colpire a sua volta la superficie circa 10 minuti dopo, LCROSS attraverserà il pennacchio così sollevato e ne potrà analizzare la composizione alle ricerca di acqua. I due impatti, che potrebbero essere visibili anche agli astronomi amatoriali, saranno monitorati anche dagli osservatori terrestri e da altri strumenti in orbita, tra cui lo stesso LRO, la sonda lunare indiana Chandrayaan-1 ed il Telescopio spaziale Hubble. |
| I segreti dell'Antartide | | | |
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| A parte il professor Charles Hapgood, autore di "Ancient Sea Kings", e i suoi sparuti seguaci, sostenitori dell'esistenza di un'antica civiltà pre-diluviana che avrebbe raggiunto un alto livello di sviluppo nell'arte della navigazione e della cartografia, prima di venire spazzata via da un cataclisma circa 10.000 anni or sono (un po' come narra Platone, nel "Timeo" e nel "Crizia", la fine di Atlantide), per gli storici e gli archeologi "ortodossi" non v'è dubbio che i manufatti reperibili più a sud dell'intero pianeta sono quelli degli antichi abitatori della Terra del Fuoco, all'estremità meridionale del continente americano: fino a 55° gradi di latitudine Sud, sul parallelo del Capo Horn. E quel che dicono gli scienziati ortodossi è legge nel mondo, apparentemente così pluralista, della cultura contemporanea dominato, in realtà, da un paradigma tecno-scientifico che ha relegato nell'area grigia delle culture marginali tutti quei saperi, quelle teorie e persino quei fatti che hanno l'antipatica abitudine di non lasciarsi collocare docilmente nel quadro rassicurante ove tutto ha una spiegazione logica e funzionale al sistema stesso. Ma che cosa accadrebbe se si venisse a scoprire che l'uomo, l'uomo civilizzato capace di costruire manufatti, insomma l'"homo abilis" era presente molte centinaia di chilometri più a sud della Terra del Fuoco (o della Tasmania, o delle Isole Auckland a mezzodì della Nuova Zelanda) e che ha lasciato tracce tangibili della sua esistenza e della sua inventiva oltre il Circolo Polare Antartico, nel Continente Bianco che giace all'estremità meridionale della Terra? «Ci siamo lasciati alle spalle il Mare di Weddell, navigando in mezzo a isole vulcaniche di una cupa bellezza, fra le quali l'impressionante Rosabel, che fu un vulcano sottoghiaccio e la nera Andersson, una falesia a picco sul mare. Scilla e Cariddi dell'Antartide. Siamo arrivati anche a poche decine di miglia dalle isole James Ross e Seymour. Avvolta nella foschia, quest'ultima si è sottratta alla vista. Taviani sarebbe forse sorpreso di sapere che ancora nel XIX secolo i Maori si spingevano con le loro piroghe, nelle battute di pesca, fino alle isole sub-antartiche di Auckland, 500 chilometri a Sud-Ovest della Nuova Zelanda; isole che, pur non trovandosi a una latitudine molto elevata (50° e 32' Sud), sono però molto isolate all'estremità del Pacifico e hanno un clima assai rigido, tanto che vi crescono solo alberi nani. (6)L'importate, secondo il suo modo di vedere, non è prendere in seria considerazione i "fatti", e sia pure per confutarli; l'importate è che vi sia a portata di mano, per ogni fatto "scomodo" (utensili degli Indiani; manufatti trovati da Larsen; carte geografiche "anomale", come quella di Piri Reis), almeno una spiegazione scientifica alternativa. Il che significa che deve considerarsi "scientifico" solo quello che dice, presentemente, la Vulgata dei divulgatori scientifici (di solito gli scienziati sono più attenti alle opportune sfumature), mentre ciò che contrasta con essa deve essere scartato pregiudizialmente. Se gli scienziati si fossero sempre comportati così, la scienza non avrebbe mai realizzato il minimo progresso, bloccata alle legnose certezze del principio di autorità (ipse dixit!). Per non soffermarci sulla sgradevolezza di quella velata minaccia che subentra bruscamente alla tolleranza ostentata da principio ("finché si limitano a delirare, lasciamoli perdere"), perché poi, quando i "mitomani" tirano in ballo gli scienziati "seri", allora cessa ogni "indulgenza" (dice proprio così: "indulgenza", non tolleranza, dall'alto della sua Scienza). Caratteristico è il ragionamento ellittico che "chiude" la questione delle carte geografiche anomale; e non si tratta solo di quella di Piri Reis, ma nella faccenda sono coinvolti anche cartografi europei universalmente famosi ed apprezzati, quali Oronzio Fineo, Abramo Ortelio, Philippe Buache ed altri ancora (7). Il Nostro dice testualmente: "Non lo so; forse non sono autentiche; e comunque l'evidenza degli studi scientifici, ecc."; e sposta la confutazione dal terreno della cartografia (forse un po' troppo spinoso) a quello, genericissimo, di una complessiva - ma non meglio specificata - evidenza scientifica. Andando avanti con una tale "forma mentis", è piuttosto improbabile che possano sorgere e affermarsi nuove teorie scientifiche nel prossimo futuro: la cosiddetta "evidenza scientifica", avendo pronunciato la parola definitiva, non concederebbe loro alcuno spazio né credito. Dunque, non c'è nient'altro da aggiungere. Oppure no? Se nuovi fatti dovessero contrastare con le idee oggi consolidate, forse dovremmo cambiare strada. Metodi di lavoro, mentalità. Forse, finalmente, saremmo costretti a rivedere le nostre teorie per non dar torto ai fatti, il che - dopotutto - sembrerebbe un ragionevole approccio scientifico al mondo della natura e a quello della storia; invece di continuare con la cattiva abitudine di dare torto ai fatti per non scomodare le nostre teorie apparentemente consolidate. In effetti, secondo Karl Popper una teoria scientifica non viene automaticamente smantellata dalla scoperta di alcuni fatti che la contraddicono, almeno fino a un certo punto. Essa può ancora restare al suo posto, beninteso con le opportune correzioni e modifiche, fino a quando non può essere sostituita da una nuova teoria, più semplice e per così dire più economica, che consenta di spiegare un maggior numero di fatti con un minor numero di contraddizioni e inconvenienti. Né si dimentichi quel diceva Thomas Khun, il grande epistemologo, secondo il quale il caratteristico andamento "a sbalzi" del progresso delle conoscenze scientifiche è dovuto appunto al fatto che, di tanto in tanto, alcuni scienziati "irregolari" - esclusi o autoesclusi dal paradigma dominante - ritengono che quest'ultimo abbia fatto definitivamente il suo tempo, e lo prendono frontalmente d'assalto per spalancare la strada ad una concezione totalmente nuova della realtà. Ma adesso torniamo al nostro tema iniziale. Il capitano Larsen, purtroppo, non ha pubblicato un libro né una relazione su questo suo primo viaggio antartico e nemmeno sui successivi: alla sua personalità dinamica e fantasiosa mancava, evidentemente, la componente della vanità personale. Tuttavia siamo riusciti a trovare una pagina del suo diario di bordo della baleniera Jason, che riporta in poche parole - con lo stile secco e sbrigativo dell'uomo pratico, che si sente più a suo agio sul ponte di comando di una nave in mezzo agli iceberg, e che poco o punto si cura di quei dettagli che tanto interesserebbero, invece, lo studioso puro per la sua scoperta eccezionale. «Dal diario di Carl Anton Larsen. Dopo aver percorso un quarto di miglio norvegese (1 miglio = 10 km.) verso l'entroterra a circa 300 piedi (1 piede = 30,48 cm.) sopra il livello del mare, s'osserva un numero maggiore di alberi pietrificati, che appartenevano ad una specie di latifoglie. Era visibile la corteccia con tanto di rami e strati legnosi annuali del tronco. (...) Da questo brano si ricavano alcune significative circostanze, che il pur scrupoloso racconto di Roger A. Caras non aveva permesso di mettere bene a fuoco.
Partiamo dalla seconda domanda. Ma chi è questo misterioso capitano Larsen, che avrebbe fatto una scoperta tanto sensazionale sull'Isola Seymour e che non si sarebbe poi curato di sottoporre all'esame degli scienziati i presunti manufatti da lui ritrovati in quella circostanza? Scrive lo studioso italiano di cose polari Silvio Zavatti, nel suo bel libro "L'esplorazione dell'Antartide": «L'ultimo decennio del secolo passato [il XIX, nota nostra] segnò una ripresa nelle iniziative e nelle imprese che avevano l'Antartide per meta. Le navi baleniere che incrociarono in quei mari sembrano essersi moltiplicate, o per lo meno se ne hanno più numerose notizie. Questa maggior frequenza di baleniere nei mari meridionali fu in diretto rapporto con la rarefazione della grossa cacciagione marina nei più limitati e da più lungo tempo frequentati mari artici; ma è anche da osservarsi che abbastanza spesso queste navi attrezzate per la caccia marina ospitavano qualche studioso, evidentemente per il vantaggio che gli armatori avrebbero tratto da una maggiore conoscenza di quei mari e di quelle terre meridionali, ma senza dubbio anche con vantaggio del progresso del sapere umano. Così, nel 1892 partì dalla Scozia una flottiglia di quattro baleniere, dirette al Mare di Weddell, e su di esse vi erano alcuni passeggeri speciali, come ad esempio il naturalista W. S. Bruce, che pochi anni dopo doveva seguire Conway nella esplorazione delle Svalbard, ma più tardi ancora tornare in Antartide al comando di una nave. Però quella flottiglia non portò grandi progressi alla conoscenza dell'Antartide: fecero una ricca caccia di foche, ma non oltrepassarono il 65° di latitudine meridionale. L'inventiva e l'intraprendenza del capitano Larsen, peraltro, non dovevano fermarsi qui. Lo ritroviamo, esattamente trent'anni dopo, all'altro capo dell'Antartide, nel Mare di Ross: sempre capace di unire straordinarie intuizioni commerciali con una capacità di apprezzare l'importanza degli studi scientifici. Anche questa volta, pertanto, lo vediamo a capo di una spedizione di caccia (le balene si erano frattanto assai diradate nel Mare di Weddell, a causa dell'intensa caccia cui erano state sottoposte) che è, al tempo sesso, una spedizione di studio: una maniera notevole - e non molto frequente - di unire il senso per gli affari con l'ammirazione per una forma di sapere naturalistico e disinteressato. Nel suo caso, è difficile dire quale delle due componenti prevalesse: vi è qualche cosa dello spirito pratico dell'imprenditore nelle sue imprese scientifiche, e - per converso - qualche cosa di fortemente idealistico nelle sue battute di pesca. Alla bella età di sessantaquattro anni non ebbe timore di affrontare i tempestosi mari antartici e fece la morte più bella che un capitano di nave possa fare: morì nel pieno dell'avventura, stroncato dalle fatiche, a bordo della nave che danzava sui giganteschi cavalloni delle alte latitudini australi. Sempre dal libro "L'esplorazione dell'Antartide": «Nel 1923-24 il norvegese C. A. Larsen, con la nave-fattoria James Clark Ross e cinque caccia-balene e con lo scienziato Kohl Larsen compì la prima spedizione baleniera che la storia ricordi nel Mare di Ross, con sbarchi nell'isola Macquarie e nella Barriera di Ross.(...) L'aspetto più propriamente imprenditoriale di Larsen è messo bene in luce dalla testimonianza dello scrittore Thomas Daring, il classico "cercatore di tesori", che ha viaggiato avventurosamente con ogni mezzo, dall'aeroplano all'imbarcazione fluviale, in ogni angolo del pianeta. Forse per una sintonia di fondo con le sue scelte di vita e con il suo carattere, egli ne dà un ritratto decisamente ammirato, anche se non nasconde l'apprensione per lo sterminio dei grandi cetacei che, fin dagli anni Venti del XX secolo, sembrava metterne in pericolo la sopravvivenza: «Le balene, che con la loro malattia, con la loro ambra, ci avevano fatti ricchi e poi nuovamente poveri, fruttano annualmente ai cacciatori 2 milioni e mezzo di barili d'olio, cioè da 25 a 30 milioni di dollari. Esse sono quindi veri tesori dell'Artide e dell'Antartide. E uomini come il capitano Carl Anton Larsen di Sandefjord in Norvegia, sono, quantunque non si senta mai palare di loro, cercatori di tesori molto più notevoli di Cecil Rhodes o di Merensky, perché ciò che essi trovarono è oggi alla base della fabbricazione del sapone e di centinaia di altri articoli utili, non un oggetto inutile come lo sono i diamanti. Certo, il prezzo pagato dalla fauna marina delle isole sub-antartiche all'intraprendenza e allo spirito di sacrificio dei cacciatori di foche e di balene dei mari antartici fu terribile; molte specie furono cacciate fino all'estinzione. Perfino la flora di quelle estreme terre meridionali, particolarmente delicata e preziosa per gli endemismi prodottisi in quello stato di lungo isolamento, fu messa in grave pericolo dall'introduzione di piante infestanti di origine europea o dall'introduzione di mammiferi erbivori (tra i quali perfino la renna!) che, cibandosi del manto erboso, ridussero zone già ubertose di verde a delle squallide lande battute dai venti. «La civiltà della devastazione non ha neppure risparmiato lembi di terra lontanissimi dalle rotte marine continentali e che, per la loro desolante vicinanza ai ghiacci polari, potevano apparire le più inospitali all'uomo. Un esempio significativo è quello di alcune isole distanti poche migliaia di chilometri dalle coste dell'Antartide, la cui presenza fu per la prima volta segnalata circa due secoli fa dai vascelli inglesi "Adventure" e "Resolution", inviati dal capitano Cook in esplorazione nelle terre australi. Queste isole subantartiche (Kerguelen, Nuova Amsterdam, Saint Paul, Crozet, Macquarie) apparvero talmente poco attraenti agli equipaggi di Cook che furono soprannominate "terre della desolazione". In verità quelle lande spazzate dal vento polare non erano affatto prive di vita, animate com'erano da fitte colonie di foche, pinguini, albatros e altri uccelli marini. Non era dunque né un dilettante né un fanfarone, ma un uomo con una solida esperienza di cose antartiche sulle spalle, anzi, probabilmente il più esperto navigatore dei mari australi l'uomo che nel 1892, giovane poco più che trentenne, aveva fatto la straordinaria scoperta delle colonnine e delle palle di argilla sull'Isola Seymour. Anche se ebbe il torto di conservarle in casa sua, a Grytviken, ove più tardi andarono distrutte in un incendio, invece di consegnarle a qualche museo di antropologia o a qualche altra istituzione scientifica - come certo avrebbe dovuto - non è possibile liquidare tutta la faccenda come il fraintendimento di un sempliciotto o, peggio ancora, la frode deliberata di un buontempone a caccia di popolarità a buon mercato.Larsen era già famoso, rispettato negli ambienti scientifici, ascoltato in quelli dell'industria baleniera; ed era già notevolmente ricco. Aveva riconosciuto e cartografato, per primo, ampi ratti di costa antartica, dando loro dei nomi nel puro stile dei "vecchi" navigatori ed esploratori, ad esempio in onore del re Oscar II di Svezia (19). Da lui ricevette il nome la barriera di ghiaccio che orla la costa orientale della Penisola Antartica, e tale denominazione resiste ancora oggi, nell'era della fotografia aerea e dei calcolatori elettronici: "Larsen Ice Field". Infine, aveva brillantemente superato la prova - allora inedita - di uno sverno forzato fra i ghiacci del Polo Sud, con tutto l'equipaggio, dimostrando di saper comandare un equipaggio non solo in condizioni normali, sul mare aperto, ma anche nelle strettezze e nelle ambasce di una permanenza invernale che aveva messo a durissima prova quei forti marinai, non abituati, però, alle mille difficoltà e ai mille pericoli (non solo materiali, ma anche psicologici) della terraferma antartica. Non si vede perché mai un personaggio di questo genere avrebbe dovuto mettere a repentaglio la propria reputazione, solo per giocare uno "scherzo" di cattivo gusto alle spalle del mondo accademico internazionale, col quale era in rapporti di reciproca stima. Si può dire che, nel suo caso, mancasse del tutto il movente per compiere un falso; è vero che, oltre al movente, con l'incendio della sua casa è andato in fumo anche il "corpo del reato", per cui chi si è occupato di questa vicenda ha la spiacevole sensazione di girare e rigirare della sabbia fra le dita. La statura di Larsen quale studioso ed esploratore dei mari antartici è messa bene in evidenza da questo rapido profilo biografico dovuto, sempre, al lavoro infaticabile del compianto Silvio Zavatti, che lo volle inserire nel suo apprezzatissimo "Dizionario degli Esploratori": «Larsen Carl Anton. Esploratore e baleniere norvegese, nato a Tjölling nel 1860, morto nel Mare di Ross nel 1924. Dopo aver navigato da ragazzo nei mari del Nord, nel 1892-93 e 1893-94 accompagnò la nave "Jason" negli Arcipelaghi dell'Antartide Occidentale con lo scopo di scoprire ed esplorare nuovi territori nel mare ad Est della Terra di Graham, le cui coste erano praticamente sconosciute fra i 64° e i 68° di latitudine Nord. Larsen le battezzò: Costa del re Oscar II e Terra Foyn e in parte le cartografò. Scoprì poi numerose isole in quelle acque e da quella di Seymour riportò rocce e fossili che servirono a provare l'esistenza di rocce sedimentarie nell'Antartide. Raggiunse anche la latitudine Sud di 68°10' lungo la costa della Terra di Graham, cosa che mai nessuno era riuscito a fare. Nel 1901-04 fu capitano dell'"Antarctic" che portava la spedizione di Otto Nordenskjöld. Il 12 febbraio 1903 la nave fu stritolata dai ghiacci e Larsen riuscì a fare svernare felicemente l'equipaggio nell'isola Paulette. La spedizione fu salvata da una nave argentina e sbarcata a Buenos Aires dove Larsen propose ai mercanti del luogo la fondazione di una "Compañia Argentina de Pesca", con sede nella Georgia Australe, con capitali argentini, ma dirigente, operai ed equipaggi norvegesi. Nel 1914 Larsen si ritirò dalla direzione della Compagnia e ritornò in Norvegia. Nel 1923 prese l'iniziativa di fondare la Compagnia baleniera "Rossahavet" e guidò egli stesso la prima spedizione sulla nave fattoria "Sir James Clark Ross", impiegando per la prima volta il metodo pelagico che consisteva nel catturare e lavorare la balena in mare aperto, senza alcun contatto con la terraferma. L'anno dopo, guidando una seconda campagna, morì. Le sue ricche collezioni antartiche furono da lui donate ad istituzioni norvegesi e svedesi.» (20) Delle "colonnine" dell'isola Seymour si tornò a parlare nel 1974, quando apparve la prima edizione del libro di uno studioso italiano decisamente "anomalo", l'ammiraglio Flavio Barbiero. Il titolo era assai intrigante, "Una civiltà sotto ghiaccio": in esso l'Autore sosteneva che il racconto platonico relativo al continente di Atlantide era perfettamente plausibile e andava preso alla lettera, e che l'unica possibile collocazione geografica di quest'ultima era nel continente antartico, che risponderebbe a tutti i requisiti di cui si parla nel "Timeo" e nel "Crizia". L'idea era originalissima, anche se - sul momento - non valse ad accendere una seria discussione in proposito; se ne impadronirono, giusto vent'anni dopo, due autori canadesi, Rand e Rose Flem-Ath, che ne divulgarono l'idea di fondo (senza mai citare Barbiero) rendendola popolare grazie a una grossa campagna pubblicitaria. (21) «Il polo Nord, come si è detto, si trovava tra la Groenlandia e l'Islanda, di conseguenza anche il Polo Sud era spostato, e precisamente di circa 2.500 chilometri alla posizione attuale, in direzione delle isole Macquarie, poste fra la Tasmania e l'Antartide. Esso cadeva molto vicino alla costa antartica, nei pressi dell'attuale polo magnetico. È ovvio quindi che tutta la parte dell'Antartide rivolta verso l'Oceania, e cioè la Terra di Marie Byrd, il mare di Ross, le terre Adélie, di Wilkes e della Regina Mary, erano coperte dai ghiacci come lo sono ora, o anche di più. Ghiacci che, grazie alla verticalità dell'asse terrestre, dovevano spingersi bene addentro fin nel cuore del continente; e dovevano anche interessare tutte le zone montagnose dell'isola, indipendentemente dalla loro latitudine. A questo proposito è molto interessante vedere quale sia il significato della parola Aztlan, in Azteco: esso significa "luogo del candore": un nome quanto mai appropriato per un continente che doveva essere occupato quasi per due terzi dai ghiacci, e le cui cime erano perennemente ammantate di neve. Quest'ultima affermazione, in realtà, appare eccessivamente ottimistica: lo Stretto di Drake, che costituisce la via d'acqua più stretta fra l'Antartide e gli altri continenti - in questo caso, il Sud America - è ampio in media 900 km. (23): una distanza tutt'altro che trascurabile, e sia pure ammettendo che l'estremità sud-occidentale del continente americano fosse abitata allora, come lo era in tempi storici, da popoli che vivevano di pesca e possedevano discrete doti di navigatori (canoeros), anche se non certo paragonabili, ad esempio, a quelle dei Polinesiani. (24) Tuttavia non è da escludere che esseri umani su fragili imbarcazioni per la pesca costiera, afferrati dal mare in tempesta, abbiano potuto attraversarlo fortunosamente, se è verosimile che perfino dei navigatori dei mari caldi del Sud Pacifico abbiano potuto raggiungere l'Antartide, come afferma un antico racconto dei Maori (25); mentre è ammesso da molti studiosi che abbiano toccato le coste dell'America meridionale, importandovi piante coltivate la cui presenza costituirebbe, altrimenti, un enigma inspiegabile. «Non si coltivarono cereali [da parte dei Polinesiani], ma la palma da cocco, l'albero del pane, il banano, la patata dolce; inoltre il cotone. Alcune di queste piante (banano, patata dolce, cotone) si trovano anche in Sudamerica; il problema della loro origine ha dato luogo a vivaci discussioni, tuttora in corso, e s'intreccia col problema più generale dei rapporti fra l'Oceania e il continente americano. E che dire delle spedizioni moresche verso l'estremo nord dell'Europa, fino alla lontanissima Islanda, nel corso del XVI e XVII secolo, circa le quali siamo perfettamente informati? (27) Tutto questo, però, non deve sospingerci nella vasta cerchia dei "creduloni", di cui si diceva prima. Una cosa è ammettere la "possibilità" di un viaggio, magari involontario, degli Yahgan o degli Alakaluf della Terra del Fuoco e dell'estremità continentale del Cile fino alle isole antartiche prospicienti lo Stretto di Drake; un'altra, e ben diversa, è sostenere che sulle coste del Mare di Weddell fiorì una prospera civiltà, addirittura quella di Atlantide, o anche soltanto che quei gruppi umani giuntivi fortunosamente dall'America del Sud crebbero sino a fondare una comunità perfettamente organizzata. Del resto, se l'Antartide è l'Atlantide di Platone, a che scopo farvi immigrare i poveri primitivi "canoeros", che sopravvivevano al puro livello di pescatori e raccoglitori, né avevano mai formato dei gruppi più numerosi di un modesto "clan" familiare? «La stirpe di Atlante dunque fu numerosa e onorate poiché era sempre il re più vecchio a trasmettere al più vecchio dei suoi figli il potere, preservarono il regno per molte generazioni, acquistando ricchezze in quantità tale quante mai ve n'erano state prima in nessun dominio di re, né mai facilmente ve ne saranno in avvenire, e d'altra parte potendo disporre di tutto ciò di cui fosse necessario disporre nella città e nel resto del paese. Infatti molte risorse, grazie al loro predominio, provenivano loro dall'esterno, ma la maggior parte le offriva l'isola stessa per le necessità della vita: in primo luogo tutti i metalli, allo stato solido o fuso, che vengono estratti dalle miniere, sia quello del quale oggi si conosce solo il none - a quel tempo invece la sostanza era più di un nome: l'oricalco, estratto dalla terra in molti luoghi dell'isola, ed era il più prezioso, a parte l'oro, tra i metalli che esistevano allora - sia tutto ciò che le foreste offrono per i lavori dei carpentieri: tutto produceva in abbondanza, e nutriva poi a sufficienza animali domestici e selvaggi. In particolare era qui ben rappresentata la specie degli elefanti. Difatti i pascoli per gli altri animali, per quelli che vivono nelle paludi, nei laghi e nei fiumi e così per quelli che pascolano sui monti e nelle pianure, erano per tutti abbondanti e altrettanto lo erano per questo animale [cioè l'elefante], nonostante sia il più grosso e il più vorace. A ciò si aggiunga che le essenze profumate che la terra produce ai nostri giorni, di radici, di germoglio, di legni, di succhi trasudanti da fiori o da frutti, le produceva tutte e le faceva crescere bene; e ancora, forniva il frutto coltivato e quello secco [probabilmente, la vite e il grano] che ci fa da nutrimento e quei frutti dei quali ci serviamo per fare il pane - tutte quante le specie di questo prodotto le chiamiamo cereali - e il frutto legnoso che offre bevande, alimenti, e oli profumati, il frutto dalla dura scorza, usato per divertimento e per piacere, difficile da conservare [forse la mela?], così quelli che serviamo dopo la cena come rimedi graditi a chi è affaticato dalla sazietà [le olive o, forse, i limoni]: tali prodotti l'isola sacra che esisteva allora sotto il sole, offriva, belli e meravigliosi, in una abbondanza senza fine. Prendendo dunque dalla terra tutte queste ricchezze, costruivano i templi, le dimore regali, i porti, i cantieri navali e il resto della regione, ordinando ogni cosa nel seguente modo...» (28) D'altra parte, Barbiero sostiene che i resti di elefante trovati in Sud America sono stati a bella posta definiti come appartenenti al mastodonte, solo perché la paleontologia "ufficiale" trova troppo imbarazzante ammettere che in quel continente vivevano degli elefanti in tutto simili a quelli africani ancor oggi esistenti. Il che riaprirebbe uno spiraglio a favore dell'attendibilità della presenza degli elefanti nell'Atlantide platonica, ossia nell'Antartide odierna. «Nei tempi prima del diluvio, almeno la fascia costiera del Pacifico, attualmente sommersa, doveva essere abitata da fiorenti colonie atlantidi, resesi indipendenti e concorrenti della madrepatria., sì da giustificare questa guerra. E le "Colonne d'Ercole"? Non ci vuol molto a trovarle: un'occhiata alla carta e vediamo come la rotta fra il mare di Weddell e l'America del Sud sia sbarrata da un immenso arco di isolette, formato dalle Shetland, Orcadi e Sandwich del Sud allineate l'una in fila all'altra, come un lungo grandioso "colonnato". Il livello del mare più basso doveva far sì che le loro coste apparissero alte e scoscese, tanto da sembrare anche singolarmente delle grandi "colonne" emergenti dalle acque. Questo arco di isole delimitava le acque interne e sicure del mare di Weddell dall'oceano immenso e periglioso; inoltre dovevano costituire esse stesse un notevole pericolo per la navigazione, sì da essere assai rinomate presso quel popolo di marinai. È comprensibile che il loro nome sia stato più tardi attribuito anche allo stretto di Gibilterra, che delimita le acque interne del Mediterraneo, da quelle infide e misteriose dell'Atlantico. Ma il nome di "Colonne d'Ercole" è senza dubbio più appropriato per queste isole che non per stretto." (...) Giunti a questo punto possiamo chiederci chi è Flavio Barbiero, e perché le sue tesi, per quanto ardite, siano cadute a suo tempo nella quasi completa indifferenza, mentre idee analoghe hanno addirittura creato una sorta di "moda" culturale, appena qualche anno dopo, provenendo dall'estero. «Dopo la pubblicazione della prima edizione di questo volume, avvenuta nel dicembre 1974, si è cominciato a ricercare Atlantide un po' ovunque: un ingegnere anconetano l'ha localizzata in Egitto sulla base di complicati calcoli trigonometrici e di messaggi spiritici che non hanno risolto un bel nulla e hanno fatto scempio del racconto platoniano; i Greci, servendosi addirittura del nome famoso di Jacques-Yves Cousteau, la vogliono a tutti i costi a Santorino e nelle acque del Mare Egeo, ma i resti di Atlantide non sono venuti alla luce e di lì non verranno mai per placare gli spiriti tormentati dei molti ricercatori teorici. Ci resta ancora una cosa da dire, e cioè che nell'estate australe 1999-2000 un navigatore a vela italiano, Galileo Ferraresi, ha voluto ripercorrere la rotta della nave di Carl Anton Larsen nel 1892-93, la "Jason", che - come si ricorderà - altro non era che la futura "Stella Polare" del Duca degli Abruzzi. Navigando tra i canali della Terra del Fuco e poi spingendosi fino alle coste della Penisola Antartica, Ferrari intendeva dare il suo contributo alla soluzione del duplice mistero posto dall'Isola Seymour: la presenza di piante fossili, testimonianze di un clima temperato "forse già in tempi storici"; e la presenza delle colonnine sormontate da palle di ghiaia e sabbia, testimonianza, forse, di "una presenza umana in Antartide" antecedente l'arrivo degli esploratori e dei cacciatori di balene europei e americani. Nel corso del viaggio egli ritiene di aver trovato le prove di uno spostamento dell'asse geografico terrestre, che potrebbe spiegare un brusco cambiamento climatico in quelle estreme regioni del Pianeta; tutto ciò è stato affidato alle pagine di un libro che è il resoconto di quell'impresa, notevole anche solo dal punto di vista nautico e, al solito, da pochi notata proprio in Italia. (36) Ci avviamo a concludere, ed è tempo di tirare le somme di quanto siamo andati fin qui esponendo, senza nulla nascondere della estrema difficoltà di pervenire a una "conclusione" vera e propria. Ci siamo resi conto, infatti, che il mistero dell'Isola Seymour è probabilmente destinato a rimanere tale, a meno che qualche fatto veramente nuovo non permetta di gettare un raggio di luce nelle tenebre fitte ove, nostro malgrado, abbiamo dovuto muoverci. Un fatto di tal genere non dovrebbe essere qualcosa di meno del rinvenimento di almeno una delle famose "colonnine" e delle relative "palline" trovate da Larsen, o sull'isola stessa, o fra i beni degli eredi del capitano norvegese. Ma ci rendiamo ben conto che sarebbe chiedere un po' troppo alla fortuna, la quale sinora è stata piuttosto avara nei nostri confronti. 1. Charles Hapgood, "Maps of the Ancient Sea Kings", Adventure Unilimited Press,1966. La traduzione italiana, con il titolo "Le mappe della civiltà perduta", è solo di questi ultimissimi anni (Ed. Profondo Rosso, 2004); perciò nel nostro Paese non vi è stato alcun dibattito sulle tesi dell'A., già note nel mondo anglosassone da quattro decenni, e oggetto di accesa (ancorché contrastata) discussione anche negli ambienti scientifici "ortodossi". 2. Cfr. Paolo Albani, Paolo Della Bella (a cura di), "Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale", Bologna, Zanichelli,1999. 3. Particolarmente interessanti "le indagini dello scienziato russo Immanuel Velikovsky, che avevano come oggetto il mammuth di Beresovka, trovato congelato in Siberia verso il 1901, in posizione semieretta e con dei ranuncoli tra le fauci. Con ogni evidenza, perché una flora del genere fosse presente, bisognava che il clima avesse subito un cambiamento assai improvviso...": Colin Wilson, - Flem Ath, Rand, "Gli eredi di Atlantide", Casale Monferrato, Ed. Piemme, 2001, pp. 29-30. 4. "(...) la spedizione antartica italiana del 1976, guidata da Renato Cepparo, ha scoperto nell'isola King George (62° lat. Sud) una foresta fossile lunga 2 km. e larga 200 mt., che ammantava circa 12.000 anni fa questa isola delle Shetland meridionali, dove oggi non vi sono che ghiaccio e neve": Francesco Lamendola, "Il limite antartico della vegetazione arborea", in "Il Polo", vol. 3, 1986, p. 30. 5. Marco Taviani, "In diretta dall'Antartide". 6. Come al solito, gli Occidentali pensano di essere stati i primi scopritori: in questo caso, il cap. Bristow avrebbe avvistato le Isole Auckland solo nel 1806 (cfr. "Enclyclopaedia Britannica", ed. 1961, vol. 2, p. 671. 7. Cfr. Graham Hancock, "Impronte degli dei", Milano, Corbaccio,1996, spec. pp. 9-45. 8. Roger A. Caras, "L'Antartide", Milano, Garzanti, 1964, pp. 17-18: 164. 9. Fonte: Biblioteca Comunale di Cesenatico in collaborazione con l'Associazione di Cultura nautica "MondoMare" di Cesenatico.10. Difficile, per non dire impossibile, pensare a un fenomeno dovuto al dilavamento delle acque selvagge, sul tipo degli "omeni", ovvero "piramidi di terra" a Segonzano, in Val di Cembra (Trento). Infatti "le piramidi di erosione (...) si osservano in terreni poco resistenti nei quali le acque dilavanti scavano una rete di solchi separati da piramidi superstiti, perché salvaguardate da massi isolati che servono di tetto protettivo. Questo si verifica spesso in depositi morenici ridotti a coltri di sabbie, o sabbie argillose, nelle quali sono immersi grossi ciottoli isolati": così Roberto Almagià, "L'Italia", Torino, U.T.E.T., 1959, tomo I, p. 41-44. 11. Walter Sullivan, "Alla ricerca di un continente", Firenze, Edizioni Casini, s. d., p. 17, che però parla di "un frammento di pino fossile"; mentre dal racconto di Larsen risulta esplicitamente che gli alberi pietrificati appartenevano ad una specie di latifoglie, testimonianza di un clima decisamente temperato. 12. Giotto Dainelli, "La conquista della Terra. Storia delle esplorazioni", Torino, U.T.E.T., 1954, p. 705. 13. "Sono i balenieri infatti a proseguire le navigazioni australi e a scoprire, una alla volta, le piccole isole sub-antartiche - Campbell e Macquarie nel 1810, Heard nel 1833 insieme alle varie spedizioni scientifiche delle potenze europee, degli Stati Uniti e da ultimo anche del Giappone": Francesco Lamendola, "Terra Australis Incognita", su "Il Polo", vol. 3, 1989, p. 55. Vedi anche Francesco Lamendola, "Mendana de Neira alla scoperta della Terra Australe", su "Il Polo", vol. 1, 1990, pp. 19-24; Id., "La ricerca della Terra Australis Necdum Cognita", su "Kur" (Treviso, Ass. "La Venta", n. 8, 2007, pp. 14-15. 14. Silvio Zavatti, "L'esplorazione dell'Antartide. Storia di un continente", Milano, Mursia, 1974, pp.49-50. 15. Ibidem, pp. 135, 148. 16. Thomas Daring, "Sfruttatori della natura", Milano, Bompiani, 1936, pp. 191-93. 17. Ugo Scaioni, "La rivoluzione industriale" (vol. 16 dell'enciclopedia "Il pianeta dell'uomo"), Milano, A. Mondadori, 1976, pp. 93-96. 18. Francesco Lamendola, "Carl Skottsberg, un naturalista alla scoperta dell'estremo Sud", in Il Polo, vol. 3, 1988, pp.11-17. 19. Oscar II regnò per trentacinque anni, dal 1872 al 1907. Si tenga presente che fra la Norvegia e la Svezia esisteva dal 1814 una unione personale (sotto la dinastia svedese) che fu sciolta - in modo del tutto pacifico, - solo nel 1905. Il 7 giugno di quell'anno, infatti, lo "Storting" (il Parlamento di Oslo) dichiarò sciolta l'unione con la Svezia a causa del rifiuto di re Oscar di accettare una rappresentanza consolare autonoma per la Norvegia. Il 13 novembre la corona norvegese venne offerta al principe Carlo di Danimarca, che salì al trono col nome di Haakon VII. Nel 1907 il neocostituito regno di Norvegia ottenne il riconoscimento della sua piena indipendenza da parte della comunità internazionale. 20. Silvio Zavatti, "Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche", Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 166-167. 21. Rand e Rose Flem-Ath, "When the Sky Fell. In Search of Atlantis",1995; trad. it. con il titolo "La fine di Atlantide", Casale Monferrato, Ed. Piemme, 1997. 22. Flavio Barbiero, "Una civiltà sotto ghiaccio", Milano, Editrice Nord, 1974; seconda ediz. 1977, pp. 76-77. 23. "Moderna Enciclopedia Rizzoli", ed. 1977, vol. 6, p.254. Secondo "The American People's Encyclopedia", ed.1969, vol. 6, p. 470, "the strait, named for sir Francis Drake, is about 400 miles wide from N to S and 500 miles long". 24. Nel caso degli Yaghan, il popolo più meridionale del mondo (frequentavano anche l'arcipelago di Capo Horn), "in origine le canoe erano fragili strutture di corteccia, ma a un certo punto gli Yahgan appresero a costruire le canoe scavate, che sono molto più sicure, anche se meno veloci e manovrabili. Gli Yahgan dipendevano totalmente dalle loro imbarcazioni per la sussistenza e il trasporto": X. De Crespigny, "L'ultima degli Yahgan", nella enciclopedia "I popoli della Terra", Milano, A. Mondadori, 1973, vol. 6, pp. 120-122. Per le navigazioni dei Polinesiani, vedi il classico Pter Buck, "I Vichinghi d'Oriente. Le migrazioni dei Polinesiani", Milano, Feltrinelli, 19161. 25. Francesco Lamendola, "La scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora". Una epopea polinesiana sulla rotta del Polo Sud", su "Il Polo", vol. 2, 1988, pp. 12-37. 26. Filippo Cassola e Lelia Cracco Ruggini, "Le grandi civiltà del passato", Firenze, La Nuova Italia, 1982, pp. 94-95. 27. Francesco Lamendola, "La spedizione algerina in Islanda del 1627", su "Il Polo", vol. 3, 1987, pp. 35-39; Id., "La spedizione moresca in Islanda", nel vol. misc. "Terra di ghiaccio. Arte e civiltà dell'Islanda", Torino, Museo naz. della Montagna, 1989, pp. 167-170. 28. Platone, "Crizia", 114d-115c, trad. di Umbero Bultrighini, in "Platone, tutte le opere", Roma, Newton & Compton ed., 1997, vol. 4, pp. 675-677. 29. Cfr. Graham Hancock, "Civiltà sommerse", Milano, TEA, 2005, p. 365-371. 30. Qui bisognerebbe fare una distinzione fra il piano ontologico dell'essere (che è presente assoluto) e il piano della realtà effettuale, storia compresa (che è immerso nella dimensione spazio-temporale caratterizzata da passato, presente, futuro). Per quanto riguarda il primo di essi, come abbiamo sostenuto in numerosi scritti (vedi ad esempio: Francesco Lamendola, "Il passato può essere cambiato o è radicalmente immodificabile?"; e "Una forma di magia nera: la psicanalisi", tutti gli eventi possibili sono, perciò stesso, reali, anche se nel mondo fenomenico possiedono un differente statuto ontico (enti materiali; ricordi; immaginazioni; concetti puri, ecc.). Cfr. anche Francesco Lamendola, "L'unità dell'Essere", Poggibonsi, Lalli Ed., 1985. Ma non è certamente questa la sede per approfondire un simile argomento. 31. Cfr. Thor Heyerdahl, "Kon-Tiki, 4.000 miglia su una zattera attraverso il Pacifico", Milano, Martello,1951; G. F. Fenin, "Kon-Tiki e la traversata del Pacifico",su "L'Universo", Firenze, n. 6, 1951. 32. Flavio Barbiero, Op. cit., pp. 78; 105. 33. Flavio Barbiero, "Alla ricerca dell'Arca dell'Alleanza", Milano, Sugarco Ed., 1985; Id., "La Bibbia senza segreti", Milano, Rusconi, 1988. Cfr. anche le recensioni: Antonio Socci, "Abramo e Sara erano ariani?", su "Panorama" del 2 marzo 2000; Id., "Sulle orme di Mosé, con Egeria sul 'vero' Sinai", su "Il Giornale" del 25 febbraio 2000. 34. Silvio Zavatti, "Viaggio all'isola Bouvet", Bologna, Malipiero, 1960; e Gianluca Frinchillucci, "Silvio Zavatti e l'esplorazione dell'isola Bouvet", in "Il Polo", vol. 1-2 del 2002, pp. 69-70. 35. Silvio Zavatti, "L'Atlantide e una nuova teoria", prefaz. a Flavio Barbiero, "Una civiltà sotto ghiaccio", cit., pp. XIV-XV. 36. Galileo Ferraresi, "Una fragola tra i ghiacci", Verona, Edizioni Il Frangente, 2004. Vedi anche, dello stesso A., "L'avventura di Rata e Maui", Macerata, Stampalibri, 2004, dedicato ai problematici rapporti marittimi fra Oceania e Sud America in epoca precedente l'arrivo dei navigatori europei. 37. Silvio Zavatti, "Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche", cit., p. 150. L'Autore di questo articolo possiede inoltre una lettera autografa del prof. Zavatti (del 4 marzo 1975), nella quale scriveva testualmente: "...è un po' incredibile che con una piroga dell'epoca sia stato possibile un tale viaggio. Ma non è neppure da escludere! [la sottolineatura è del mittente]." 38. Francesco Lamendola, "Il mistero delle isole Auroras", su "Il Polo", Fermo (Ascoli Piceno), vol. 3 del 2004, pp. 25-39. 39. Francesco Lamendola, "Il mistero delle isole Kerguélen", su "Il Polo", vol. 1, 2007, pp. 57-71; e Colin Wilson, "Realtà inesplicabili", Rizzoli, Milano, 1976 pp. 128-129. 40. Geoffrey Jenkins, "Mare vento ghiacci" (titolo or. "A Grue of Ice"), Milano, Longanesi & C., 1971, pp. 233-234. 41. Francesco Lamendola, "Ivan Vassili, la nave maledetta", su "Il segno del soprannaturale", Tavagnacco (Udine), aprile 2007, pp. 24-29. Vedi. anche Vincent Gaddis, "Il triangolo maledetto e altri misteri del mare", Milano, Armenia Ed., 1977. 42. Francesco Lamendola, "Le bilocazioni miracolose di Maria de Agreda" (1622-1630), su "Il segno del soprannaturale", marzo 2007, pp. 10-11. Fonte: Edicolaweb.net |
